lunedì 7 ottobre 2013

Facebook Fa Di Noi Dei Disadattati




Dire che adoro i social network sarebbe un’esagerazione. Non sono su Pinterest. Nella mia foto di Linkedin ho gli occhiali da sole (tutti i cacciatori di teste vi diranno che è il miglior modo per suicidarsi professionalmente). Twitto quando mi ricordo di avere un account Twitter, quindi mai. Il mio profilo Google + fa piangere.

Eppure, pur non essendo una socialmaniaca a tutto tondo, poche cose mi danno gioia come Facebook. 

Se non metto Burlesque in ogni cosa che scrivo la mia vita non ha un senso, quindi statemi dietro


Tre motivi principali:

Pettegolezzi pubblici


Tizio –che non vedi dai tempi del liceo - si è lasciato con Caia. Perché lo tradiva con Sempronio. E tu (che negli anni novanta lo saresti venuta a sapere a una riunione di compagni di classe, sei mesi dopo) ti godi in diretta il vespaio. Tizio ha preso a sberle Sempronio (interessante), davanti a Caia in lacrime (chissenefrega). Sempronio ha pagato sicari per spaccare le gambe a Tizio (appassionante), ma Caia si è messa in mezzo e ha riportato fratture multiple (aspetta che prendo il pop corn, è meglio del cinema). Amici che si dividono in fazioni, conseguenti cyber risse Greci – amici della fedifraga contro Troiani – amici del cornuto.

Rissa! Rissa! Rissa! (noi da casa, davanti al computer)

E tutto questo intrattenimento GRATIS, senza muoverti da casa! Che meraviglia.

Cyberstalking




Niente di grave, o illegale, per carità. Ma tu sei carino. Io sono interessata. Quindi mi studio il tuo profilo finchè non ho scoperto orientamento sessuale (facile: se posta video di Britney Spears è gay), livello d’istruzione (se invece di scrivere c’è scrive: ce, cè, o c’e, ce-stinare), situazione sentimentale (se una tipa mette mi piace ad ogni suo post, al 90% è la sua ragazza. E sta marcando il territorio. Scappare veloci, che nessuno ha voglia di essere picchiata da tizia ipergelosa), caratteristiche personali e interessi (foto di sé allo specchio: narciso. No grazie. Mille foto, ognuna con una ragazza diversa: narciso E playboy. No grazie. Foto di automobili: un futuro di domeniche passate a guardare Formula 1. No grazie. E così via). Un po’ di sano cyberstalking preventivo può evitare cocenti delusioni.


Autostima


Le brave persone traggono autostima dal numero di “Mi piace” che ricevono i loro post. “Oh, guarda, venti mi piace, si vede che la gente mi vuole bene e mi stima e mi vuole dimostrare il suo affetto partecipando alla mia vita con un click del mouse”. Questa è una persona sana, mentalmente stabile, con un’esistenza piena e soddisfacente.

Le persone instabili, mentalmente disturbate e stronze terminali come me traggono autostima dalle foto altrui, riuscite male, dagli errori grammaticali, dalle banalità, dai luoghi comuni. E’ brutto da confessare, ma è così, ammettiamolo. 

Autostima direttamente proporzionale alla stupidità dei post su FB. Che persona triste che sono.


Tutti noi abbiamo complessi da superare, problemi di cuore, scarpe superfashion in saldo di cui non è rimasto il tuo numero. È in quei momenti che necessiti la conferma che esiste qualcuno messo peggio di te. Che non sei proprio l’ultimo anello della catena alimentare sociale. UN amico su Facebook che posti la foto dei suoi piedi brutti, per Zeus, non chiedo tanto! UNO! C’è sempre qualcuno, grazie al cielo, che non ha idea di quello che si può e non si può pubblicare sui social. E il grafico dell’umore improvvisamente s’impenna.


lunedì 30 settembre 2013

LA MENTE è UN APPARTAMENTO

Mi sono sempre raffigurata la mia mente come un appartamento. Con tutte le sue stanze, ognuna con il suo bravo compito.

La Cucina dell'Amicizia, la Sala da Pranzo della Famiglia, la Camera da Letto dell'Ammore, la Biblioteca della Carriera, il Soggiorno Tutto Per Me, il Salotto delle Conoscenze, il Bagno del Carattere, la Stanza degli Hobby.
Come dev'essere una casa. Rosa, prima di tutto.

Me la sono arredata. Con cura. Scegliendo i mobili che potevo scegliere e cercando di abbinare al meglio quelli che trovavo già lì.
Di solito ci sto come un pascià, nella mia mente ammobiliata.

Certo, ci sono i momenti in cui preferisco una stanza ad un'altra. Se mi sembra che la Biblioteca della Carriera non offra nessun nuovo libro da leggere vado a fare due chiacchiere nella Cucina dell'Amicizia. O mi spaparanzo beatamente sul divano del Soggiorno Tutto Per Me. Cambiamenti temporanei. Piccoli adattamenti.

Ci sono anche posti dove non vado volentieri. Lo Sgabuzzino delle Insicurezze, la Lavanderia della Coscienza Sporca, l'Angolo Buio dei Sogni Infranti, il Garage dei Desideri Irrealizzabili, la Soffitta dei Sensi di Colpa. Per carità, sono conscia della loro esistenza. Semplicemente, dato che mi sono fatta tutto 'sto sbatty per rendere la mia mente un posto soleggiato, arioso e gradevole, non vedo perchè dovrei andare a rovistare in posti umidi e bui. So che ci sono? Sì. Stanno bene dove stanno? Sì. Prima o poi vi metterò in ordine, ma non ora. Mi limito ad ammassare disordinatamente tutta la negatività e a buttarla nell'antro buio di turno. Oh, là. * chiude la porta, si spolvera le mani e se ne va soddisfatta *

Anche perchè, come ogni casa che si rispetti, la mia mente dev'essere pronta per accogliere ospiti. C'è gente che ci vive in pianta stabile (non avete un'idea del bordello che combina mio padre nella Sala da Pranzo della Famiglia, o dello stato di subbuglio in cui versa la Cucina dell'Amicizia da quando ho scoperto che la mia migliore amica si sposa. Aggiornamento: si è sposata, e vivono Felici e Contenti comeègiustochesia.)
Ci sono persone di passaggio, per periodi più o meno lunghi. Com'è ovvio, non a tutti mostro tutta la casa. Sì, prendete pure un aperitivo nel Salotto delle Conoscenze, ma poi tornatevene a casa vostra e non rompetemi le balle. Anzi, ripensandoci, tu mi sei simpatica, ti va di vedere la mia Cucina?

Come dicevo, è un posto bello in cui vivere, per la maggior parte del tempo.

Ma.

C'è sempre un ma, non ve l'hanno mai detto?

Il ma è il momento in cui devo puntellare il soffitto, perchè la Soffitta dei Sensi di Colpa ha raggiunto la capienza massima. E dato che le sfighe vanno sempre in coppia, o a tre, o a mazzi di dodici, lo Sgabuzzino delle Insicurezze è pieno da scoppiare. Rischia di esplodere.

Che non vi salti in mente di rifugiarvi nella Camera da Letto dell'Ammore convinti che i problemi spariranno se ve ne state rintanati lì. Beh, ovviamente io sono bravissima a dare consigli dopo aver personalmente combinato cazzate. Quindi fate anche un po' quel che vi pare e non ascoltatemi, che vivete bene uguale.
Come puoi pensare che un altro essere umano si accolli la responsabilità di mettere in ordine il casino che TU hai creato? Certo, c'è gente che lo fa per mestiere. I domestici. O gli psicologi. Ma mica gratis, eh.

E dato che insisto con il fai-da-me, sarà meglio mettersi al lavoro.

Come gli uomini immaginano le pulizie di casa...
É un lavoro improbo. Vi è mai capitato di avere un garage in cui ammassate tutte le cianfrusaglie che vi capitano a tiro (regali orribili di zia antipatica, mobili che non volete più, libri che non vi piacciono e si può continuare all'infinito)?

Ecco, uguale.

Armarsi di tutone informe, raccogliere i capelli in un poco attraente chignon, rigorosamente struccate. Certe fatiche si affrontano al naturale, ci si deve spogliare di tutti gli orpelli. Entrate nude e indifese nella vostra mente. E iniziate a spostare roba. È buio, polveroso. Non è piacevole, ma siete arrivate a un punto in cui rimandare ancora sarebbe devastante. Hai già rimandato il rimandabile Iaia, ora apri quello scatolone, e vedi che c'è dentro.

Il primo pensiero è “Oddio non finirò mai”. Vi sentite Sisifo, lanciato nell'Ade da Zeus e munito enorme pietra rotonda da spingere faticosamente fino alla sommità di una montagna, per poi vederla rotolare giù. E dover ricominciare da capo ogni volta.

...e come sono realmente

Ed è un lavoro che non finisce mai. Ma mai. Ma MAI. Io ci sono ancora in mezzo fino al collo, nel mio casino. Ma inizio a vedere le finestre delle stanze, che da tempo erano sepolte di rottami accumulati. E qua e là, qualche angolo di pavimento lucido.

Dai Iaia, dai che ce la fai.


E quando ce l'hai fatta, BOOM. Improvvisamente è aprile, e ti sembra il primo giorno di sole da una vita. E decidi che puoi liberarti del cappotto, e prendere la bici, e andare al lavoro cantando la tua canzone preferita, e il traffico ti passa vicino e tu neanche te ne accorgi perchè sei FELICE.

E la cosa migliore è che quella felicità te la sei conquistata da sola.

lunedì 23 settembre 2013

ODDIO SONO BIONDA. Dentro e fuori.



Lo sto facendo. Lo sto facendo davvero. Sì, ho detto che l’avrei fatto. Ma tra dire che lo farò e farlo davvero c’è una bella differenza.
Sono seduta dal parrucchiere. Palmi delle mani sudati, piedino irrequieto, occhioni da Bambi che sta andando al macello e lo sa.

Sono qui a farmi BIONDA.

Io, una bruna da una vita. Una i cui capelli non hanno mai subito l’onta dell’acqua ossigenata (sì, vabbè, una piccola tintura all’hennè a quindici anni, ma sono errori di gioventù, suvvia). E invece adesso sono qui davvero.

E neanche mi faccio tutta bionda, no, se dobbiamo fare le cose facciamole bene, esageriamo. Mezza bionda, mezza mora. Punte oro, radici bronzo.
Na pazza, praticamente.

Ma il mio hair stylist (sorprendentemente etero, pensavo non li fabbricassero neanche più, i parrucchieri etero) mi assicura che le mèches californiane sono il dernier cri della moda hollywwodiana.

Blair Waldorf (nella vita vera Leighton Mesteer) con la mia stessa tamarrata tricologica. Se l'ha fatto LEI posso farlo anche io, eh, inutile che mi perculate.


Pastella maleodorante sulla testa, avvolta nel cellophan. Tensione. Ascolta, parrucchiere, non è il caso di toglierla ‘sta fanghiglia ossigenata o giù di lì? Dai, dai, che il tempo di posa è più che passato. Ansia. 

Rimuove la poltiglia sbiondante. Mi lava-asciuga-metteinpiega. Mi presenta compiaciuto uno specchio, aspettandosi complimenti. Beh, a parte che non ho capito chi sia quella tizia con gli strani capelli che mi guarda con aria stralunata, tutto bene.

NO, ASPETTA, CHE COSA?!?!

Quella non sono io. Esperienza extrasensoriale di migrazione dal proprio corpo, panico.

MA: “Non essere tu” era esattamente il motivo per cui sei entrata nell’antro dell’orco, ricordi?

Vi spiego. Psiche femminile e chioma sono inscindibilmente connessi. Il processo mentale è: “Insoddisfazione, qualcosa non va. Devo cambiare (vita/ me stessa/ mondo che mi circonda).” E la prima mossa è sempre, invariabilmente, cercare nel proprio cellulare il numero del coiffeur. Lui sa. Distingue chi è entrata per la solita spuntatina da cinque millimetri e chi invece ha la rivoluzione nella capa.

La prima è tranquilla come un sultano orientale all’ora di cena, la seconda ha il Darfur negli occhi.

Il parrucchiere conosce l’animo femminile. Intuisce che è passato il momento del “Dai, facciamo anche una frangetta”. E’ tempo di soluzioni definitive, di rappresaglia massiccia. E tempo di forbici indemoniate e di colori improbabili. Abbiate paura di una donna che d’improvviso varia acconciatura in modo drastico. E’ una dichiarazione di guerra, sappiatelo.

Ahem, tornando a noi. Reazioni varie ed avariate: amica vegana totalmente refrattaria alla moda che mi chiede “Hai fatto lo Shatzu? Bello!”. Tesoro, a parte che è shatush e non shatzu, che sono dei massaggi, e comunque no, sono mèches californiane.

Amico che si informa circospetto: “Ma è voluto?!?”. Si che è voluto, pirla. Ti sembra che andrei in giro con la zazzera mezza gialla e mezza marrone se non lo volessi? Sarei sotto il letto a nascondermi!

Amica milanese: “Nooo che hai fatto, tu eri il prototipo della mora chic!”. Beh, forse non voglio più essere una mora chic, non ci avevi pensato? Voglio essere una bicolore tamarra.


In ogni caso, non passerete inosservate, e avrete iniziato il percorso che vi poterà a diventare Barbie. Un sogno che si avvera. 

Missione compiuta.

Ah, se vi interessa questa sono io. Una bicolore tamarra, appunto.

MagraUgualeBellaUgualeFelice STICAZZI




Ultimamente mi capita spesso che mi dicano “Come sei magra!” oppure: “Beata te che sei magra!”. Con un misto di invidia e ammirazione.

Perché ti hanno detto che magrezza tre quarti di bellezza, e una donna bella, si sa, è una donna felice?

Deve essere felice, cazzo! 

Se no a cosa servirebbero tutti questi interminabili, ferrei Ramadan iniziati di lunedì (da oggi solo insalata scondita e pollo alla griglia senz’olio. Né sale. Né gusto.) e finiti il martedì alle ore 18.30 perché “il lavoro mi fa ammattire, me lo merito un barattolo intero di Nutella mangiato direttamente con le dita”. Anzi, fai in endovena và, che si fa prima.

A cosa servirebbero gli innumerevoli sensi di colpa da cibo? “Ecco, lo sapevo che non avrei dovuto farmi tentare da quella pizza al triplo pomodoro ripiena di lardo… Ma avevo fame! E comunque, da oggi palestra, così brucio anche tutte le calorie del maialino da latte allo strutto e marmellata di bucce di patate. Senza se e senza ma. Vabbè, da domanipalestra. Ma domani vado! Davvero!”.

Beh, lasciatevelo dire da una magra. Vi hanno ingannate. Non è vero che magra uguale bella ergo felice.

Perché una volta che finalmente sarai diventata magra (che poi, come si fa a capirlo? Spunta dalla bilancia un tizio con cappellino di Capodanno e trombette che ti seppellisce di coriandoli al grido di “Complimenti! Ce l’hai fatta! Sei magra!”?) ci saranno:
- le tette (assenza di, o abbondanza di. Mai contente). Perché ovvio, devi pesare cinquanta chili ma avere il davanzale della Pemela Enderson. Come se cose del genere esistessero in natura;
- la forma del naso. Sono fiera portatrice sana di naso storto. A me piace, il mio naso storto. Non mi hai mai fatto niente di male, perché dovrei prenderlo a martellate per raddrizzarlo? È un po’ una guerra preventiva, e a me George Dabliù Bush mi è sempre stato grandemente sulle balle;
- le gambe che non sono abbastanza lunghe;
- gli zigomi che non sono abbastanza definiti;
- le caviglie che non sono abbastanza sottili.
- la cellulite, vogliamo parlare della cellulite, ‘sta iattura democraticamente universale? Ecco, no, non parliamone che mi viene l’ansia.
Potrei continuare all’infinito, vi prego, fermatemi. Ma ci rendiamo conto? Una avrebbe bisogno un chirurgo à porter. In borsetta. “Oddio, non mi piace l’incavo del mio gomito!” E –zacchete!- bisturi. Gomito perfetto. “I lobi delle mie orecchie sono grassi!” Zac! Manco il tempo di dirlo, liposuzione ai lobi (o si dice lobotomia? Ah no, quella l’hanno fatta a me da piccola).

Perché il problema non è la bilancia. Il problema non è lo specchio. Il problema sei tu. Il problema è l’ansiogena condizione umana che ti spinge a desiderare di essere ciò che non sei e di avere ciò che non hai.

Non saremo mai perfette. Accettiamolo.

Ci saranno giornate sì, in cui ci sentiremo supersciantose pazzesche e spaccheremo il mondo e conquisteremo il Principe Harry (ricordiamolo, il terzo in linea di successione al trono d’Inghilterra e l’unico con ancora tutti i capelli in testa). Poi, se mai dovesse succedere, sappiate che Shakespeare ha scritto un libretto d’istruzioni facile e maneggevole sull’ascesa al trono. Si chiama Macbeth. Lady Macbeth è simpatica. E io non vi ho detto niente.

E ci saranno giornate no, in cui le foglie scartate dell’insalata al supermercato vi daranno lezioni di autostima. Accettarle. Modalità sopravvivenza. Mantra “Domani è un altro giorno domani è un altro giorno” on. Passerà, giuro. Impariamo ad accettarci, perché se non ci amiamo noi per prime, come possiamo pretendere che lo facciano gli altri?

domenica 12 maggio 2013

Romeo e Giulietta ha ispirato la Legge di Murphy

In collaborazione con L'intraprendente


"Ma tu chi sei,

che avanzando nel buio della notte,
inciampi nei miei più segreti pensieri?
William Shakespeare



Secondo me Murphy, quando ha inventato la sua famosa Legge della Sfiga (“Se qualcosa può andare male, stai sicuro che lo farà”) e il suo corollario (“E nel momento peggiore possibile”) aveva appena finito di leggere Romeo e Giulietta.

La seconda di copertina. Originale.

Belli, giovani, ricchi. Piccolo particolare: discendono da due famiglie di Verona che si odiano a morte. E quando dico a morte intendo proprio a morte. La piccola Giulietta Capuleti (promessa sposa del nobile Paride Qualcosa) e il viril Romeo Montecchi pensano bene di innamorarsi follemente l'uno dell'altra e sposarsi in segreto. Sfortuna vuole che in una discussione un po' animata Tebaldo, cugino di Giulietta, uccida il cugino di Romeo, Mercuzio. Romeo non la prende bene e sgozza Tebaldo.
Condannato all'esilio, Romeo ha giusto il tempo di passare una notte d'amore con la mogliettina prima di prendere la via di Mantova. Intanto Giulietta è ancora promessa a Paride e dovrebbe sposarlo, così Frate Lorenzo le fornisce un veleno che la farà apparire come morta per quarantott'ore, e avvisa il bel Romeo di venirsi a riprendere l'adorata comatosa. Il messaggero (ovviamente) non riesce a raggiungere il Montecchi, che arriva a Verona, e, vedendo Giulietta morta trucida Paride che passava di lì per caso (anche lui, che tempismo), e si suicida. La nostra Capuleti preferita si sveglia, vede l'ecatombe e si toglie la vita anche lei, affranta dalla perdita del marito. Ecco, questo è il momento in cui io piango come una fontana. Incurante dell'imbarazzo delle persone attorno a me.

Così triste, e così romantico...

Ma dico io, ma si è mai vista una sfiga peggiore? Non è che Romeo poteva aspettare trenta secondi, prima di prendere decisioni affrettate? Ogni volta mi viene la tentazione di salire sul palco del teatro e parlamentare con l'amante disperato: “Ma no, parliamone, aspetta ad avvilirti... non vedi che non è morta davvero? E' una burlona, scherza soltanto... suvvia, aspetta dieci minuti e vedrai che si sveglia...”

Infatti la notizia che la casa di Giulietta a Verona venga adibita a suite matrimoniale per coppiette facoltose mi ha presa un po' alla sprovvista. 

Prima reazione, entusiasmo puro. Pensate che romantico, potersi svegliare la prima notte di nozze nella Stanza dell'Amore per antonomasia. “Vuoi già partire? L’alba è ancor lontana. Era dell’usignolo, non dell’allodola, il cinguettio che ha ferito poc’anzi il trepidante cavo del tuo orecchio. Un usignolo, credimi, amore; è lui che canta, a notte, laggiù sull’albero di melograno.”. Non doversi preoccupare che sia il canto dell'allodola o dell'usignolo, perchè non ci sono frotte di parenti assetati di sangue ad aspettarti, ma solo il resto della tua vita con la persona che ami. Sospiro sognante.

Seconda reazione, sconforto. Cinquemila euro a notte? Ma stiamo scherzando? E' più o meno il mio peso in dobloni d'oro! Magari se vendessi un rene al mercato nero...no, non speriamo inutilmente, non potrò mai permettermelo. Sospiro demoralizzato.

Terza reazione, perplessità. Ma siamo sicuri che gli auspici siano favorevoli? Una coppia per cui è stata inventata l'espressione “Star-crossed lovers” (amanti nati sotto cattiva stella) non è esattamente l'ideale, come precedente. E invece, forse, protetti dall'archetipo dell'Amore contrastato, i novelli sposi che guarderanno le stelle dal balcone più famoso della letteratura potranno scrivere un altro finale.

 E vissero per sempre felici e contenti.

lunedì 29 aprile 2013

I Benevoli Spiriti Superiori mi chiamano. Ma io non rispondo.

Per fortuna non sono l'unica pazza in giro. Se no mi preoccupavo.


 Sono mesi che guardo l'orologio e sono sempre le 11:11. O le 17:17. o le 21:21. Ultimamente abbiamo iniziato anche con la palindromia oraria. 14:41, 20:02, eccetera. Non è normale.
Quindi ho fatto ciò che tutte le persone-sane-di-mente-che-credono-di-star-impazzendo avrebbero fatto. L'ho googlato.
Sono approdata su siti pseudo-scientologiani (ma senza Tom Cuise, l'unico pregio di quella setta di squilibrati), che mi spiegavano con pazienza e amore che no, non sono pazza. Semplicemente degli Spiriti Superiori stanno cercando di mettersi in comunicazione con me tramite il mio orologio, per cambiare la mia vita e rendermi Regina del Mondo Mondiale. Ah, ok, adesso sì che sono tranquilla. Spiriti Superiori. Scema io che non ci sono arrivata da sola.

I settari mi comunicano inoltre che dovrei “Iniziare un cammino nella mia spiritualità”, ed “entrare in contatto con il mio Io interiore”. No, parliamone. L'unica cosa con cui voglio entrare in contatto è quella borsa di Bottega Veneta che ho visto in centro. Chissà poi perchè la commessa mi ha mandata via in malo modo. Le ditate sulla vetrina non erano poi così evidenti! Come sarebbe a dire che “Spavento le clienti”? Commessa cafona.

Bella, eh? E costa solo millemila milioni di Paperdollari. Praticamente regalata.

Ahem. Stavamo dicendo. Dovete capire che io ho una mandria di amiche iperattive. Lavoro, fidanzato, parrucchiere, cene, serate. Palestra. Tanta palestra. La più iperattiva delle mie amiche (bella, simpatica, bergamasca, non tace mai – beh, neanche io se è per questo, ma sorvoliamo) l'ho conosciuta a Pilates. E mentre a me bastano i miei tre quarti d'ora settimanali di attività fisica per sentirmi a posto con me stessa (oh, bene, ho fatto palestra, adesso però possiamo aperitivare?), lei frequenta anche lezioni di Yoga con entusiasmo. Seriamente, va anche ai seminari. Otto ore consecutive nella posizione dell'Indù Incazzato Perchè Ha Finito Le Sigarette.

Mi ha convinta a provare. Sai mai che entro in contatto con gli Spiriti Superiori.
Salutateee iiiilllll... Sooooleeeeee

L'insegnante sembra appena arrivata da un Ashram indiano. Sguardo verdissimo che proietta tutti i suoi Sette Chakra verso di noi povere villiche che non siamo ancora giunte all'Illuminazione.
Ma quando apre bocca ha la verve dell'annunciatrice di Trenord. Appassionante come un navigatore. Mo-no-to-no.

“Respiriiii profondiiii... rivolgeteee lo sguardooo verso l'internooo...”
'Ok, Iaia, fai la seria. Sguardo verso l'interno. Interiorizzati. Oh, guarda, la mia trachea! Non l'avevo mai vista da dentro!'
“Abbandonateviii alleee sensazioniii... rilassateviiii... sentiteeee il suooonooo del vostroooo respirooo...”
'Odio tutto questo. Voglio andarmene. Quando iniziamo a fare fatica, che mi devo da sfogà? Respira Iaia, respira.'
Nel frattempo, la vita della palestra si intromette prepotentemente nella pace della sala corsi * TUNZ TUNZ TUNZ PARAPARA TUNZ TUNZ *
'Molella! Che zarrata epica, da quanto non la sentivo! Il respiro Iaia. Non Molella. Il respiro, mannaggia.'
“Abbandonateee... tutteee... le tensioooniiii...”
'Caspita che fame. Ma avere fame fa parte delle tensioni di cui mi devo liberare? Fame, pussa via. Ok, non ho più fame. FAAAMEEE!'
“Adessooo... portateee il bracciooo destrooo dietro il sinistroooo... e toccatevii la puntaaa del nasooo con l'alluceee destrooo...”
'Toccarsi la punta del naso con l'alluce... aspetta. CHECCOSA? Oh tizia, tu hai dei problemi'
“In equilibrioooo sul pollicee... raggiungeteee la nucaaa.... con il talloneee sinistro...”
'Ce la posso fare. Pollice: check. Tallone sulla nuca: mmmgggghhhnnnbbb... ggrrgrhgrhrgh...'

Sì, certo. Facile.

BOOOOOOOM.
(questa sono io che rovino sul pavimento, aggrovigliata come il nodo di Gordio)

La maestra, con serafica imperturbabilità, guarda i miei contorcimenti da nasello nella rete: “Beehhh... per le principiantiiiii.. può essereeee difficoltosoooo...”

Difficoltoso? Difficoltoso TUA SORELLA!!

Tra lo yoga e il dentista senza anestesia, la seconda mi sembra un'alternativa di gran lunga preferibile. Con buona pace degli amorevoli Spiriti Superiori. Almeno avrò conservato tutte le tibie intatte, che ci sono affezionata, alle mie tibie.

Se vi è piaciuto l'articolo, mettete mi piace a Something Iaia's! Ogni giorno nuovi pezzi fashionpirla!

lunedì 22 aprile 2013

Studio sociologico-cazzeggiante delle Serate Milanesi



In collaborazione con L'Intraprendente

Sono solo io a pensare che ultimamente le classiche serate in discoteca stiano diventando noiose? Nessuno balla. Ti credo, i tacchi-a-spillo-con-plateau che la moda impone rendono difficile la deambulazione, figuriamoci le danze scomposte. E poi cola il trucco se ci si muove troppo. Meglio star ferme. Per far vedere che ti stai divertendo un sacco basta scoppiare in una risata acutissima (e immotivata), scuotere la chioma e guardarsi intorno per controllare che ti stiano guardando. Missione compiuta.
Gli uomini invece si dividono in due categorie: quelli che non sanno ballare e quelli che si sentono troppo fighi per farlo. Se non sapete ballare, per carità, STATE FERMI. Fermi, vi dico! Prima di peggiorare la situazione. In entrambi i casi i rappresentanti del sesso forte assaltano il bancone, si procurano il beveraggio, guadagnano faticosamente un punto d'osservazione ottimale (quello da dove si intravedono più fanciulle, ovvio) e mettono radici in quel punto.

L'unica è trovare un'alternativa. Io ne ho trovate due. La prima è quella delle serate con DJ superstar. A Milano ultimamente sono passati David Guetta, Afrojack, Paul Kalkbrenner, tanto per citare tre semisconosciuti. La seconda è quella delle feste a tema. Che tema? Qualunque tema. Marinai e Pupe. Animalier (zebre, pitoni, leopardi, eccetera. Sì, lo so, non il massimo del buon gusto, ma che ci volete fare, quest'anno gli stilisti hanno trovato l'ispirazione allo zoo di Central Park). Flower Power anni Settanta.

Le evidenti differenze tirano fuori la sociologa che è in me. E non posso non condividere.

David Guetta in tutto il suo splendore


DJ Superstar:
  • Target dai sedici ai ventidue anni, trangugiano droghe psicotrope come caramelle.
  • Vale la regola del buon automobilista, stai attento a quello che fai tu, ma soprattutto stai attento agli altri. Uno sguardo in tralice di troppo può scatenare la tragedia.
  • Non prendete il tavolo, è uno spreco. Il bello della nottata è scatenarsi in pista come se non ci fosse un domani.
  • Niente tacchi, sono scomodi.
  • Poco trucco, che a metà serata si scioglie e finite per assomigliare ad un panda ubriaco.
  • Almeno ascoltate qualche traccia prima di andare, che poi non conoscete la discografia e fate figure.

Il Flower Power Party del Pacha di Ibiza trapiantato a Milano. Tappa obbligata per il Presenzialista Agonistico.

Feste a tema:
  • Target: Milano bene, dai venti ai cinquant'anni. Il cinquantenne che ci prova con la ventenne è una costante.
  • Assicuratevi che sia davvero una festa a tema. Finire vestiti da hippie ad un raduno di yuppies milanès è il miglior modo per garantirsi morte sociale.
  • Prendete il tavolo. I poveri vanno in pista. La Milano-che-conta è assiepata nel privè. E poco importa se lo spazio vitale per persona è inferiore a quello di una favela brasiliana.
  • Non m'importa se state morendo dentro per il dolore ai piedi. La consegna è essere bella o morire. Quindi tira fuori le tue Loboutin e indossale.
  • E' concesso divertirsi. È concesso conoscere gente. Quindi lasciate a casa l'aria da “sono troppo figo per tutto questo” e godetevi la serata. Che lunedì si torna a lavurà.